Meno di dieci giorni per il futuro della gestione del servizio idrico in provincia di Avellino. La capitale dell’acqua del Mezzogiorno d’Italia alle prese con una decisione cruciale che ha già il sapore del passaggio storico: come salvare l’Alto Calore, oggi società per azioni a capitale interamente pubblico (la proprietà è degli enti locali, comuni e amministrazione provinciale).
L’amministratore unico Michelangelo Ciarcia ha indetto l’assemblea generale: il prossimo 20 dicembre in prima convocazione, il 21, in seconda. Quattro i punti all’ordine del giorno. Si parte con la relazione sui debiti – si sfiora quota 140 milioni di euro – per poi discutere della ristrutturazione. Ed è proprio intorno alla ricapitalizzazione - atto necessario per rimpinguare le casse della società di Corso Europa (25 milioni di euro) – che ruota il tutto.
Stando ai rumors l’aumento di capitale potrebbe essere respinto respinto. Ecco perché, allora, non resterà altra soluzione che dire sì alla modifica dello Statuto (terzo punto all’ordine del giorno) che potrebbe spalancare le porte dell’Alto Calore a nuove realtà imprenditoriali: pubbliche e – ma a questo punto è inutile girarci intorno – quasi certamente anche private. Sullo sfondo aleggiano le ipotesi Gesesa – la società sannita – così come l’Acquedotto pugliese.
Dal canto suo Confindustria Avellino per ora frena. Il presidente Pino Bruno è stato categorico: “Difficile pensare ad investimenti da parte di imprenditore locali – ci ha detto – sulla gestione delle risorse idriche c’è una pregiudiziale ideologica che non ci mette nelle condizioni di sederci neanche intorno ad un tavolo per avviare un confronto. Quando si parla di queste cose subito si alzano barricate. In Irpinia siamo bravi a farci male da soli”. “Piuttosto – ha concluso Bruno – in questa difficile partita mi farei aiutare ad un advisor per trovare un partner che a questo punto potrebbe anche essere lo stesso Acquedotto pugliese al quale continuiamo a dare gratis l’acqua”.
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